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sabato 5 aprile 2014

La chiesa di san Felice nella Terra di Palma

di Maria Maddalena Nappi
in In Dialogo. Mensile della Chiesa di Nola, anno XXIX, n. 2, febbraio 2014, pp. 24-25

Accolgo volentieri l’invito della Curia di Nola a pubblicare alcuni appunti di studio su una chiesa dedicata a san Felice, nel luogo che a Palma ne ricorda la presenza nel toponimo San Felice. La ricerca è ancora in nuce, perché essendosi perduta la testimonianza archeologica della chiesa, siamo risaliti alla sua esistenza attraverso documenti d’archivio. La relazione, che qui segue, si raccorda  alle indagini sulla domus ecclesiae  della cappella del duomo di Nola, condotte dalla dott.ssa Antonia Solpietro e dall’archeologo Nicola Castaldo ed agli studi sulle passiones di San Felice da parte del prof. Edoardo D’angelo del Suor Orsola Benincasa, che riferisce di una passio, dove si indica Palma, come luogo del martirio.
Nel 2001-2002, nell’annuario del Liceo Classico Antonio Rosmini fu pubblicato dalla scrivente, in un saggio sulle edicole votive di Palma, un breve  riferimento  all’affresco di san Felice, nell’incrocio, sviluppatosi urbanisticamente nel XVIII secolo, che prende il nome  dal santo.  Il dipinto è racchiuso in un cartiglio ovale in stucco,  protetto da un vetro, e raffigura San Felice, secondo l’iconografia più attestata sul territorio, con la mitra e il pastorale, simboli dell’autorità vescovile.  È evidente  che  la rappresentazione iconografica del santo nell’incrocio detto San Felice è legata alla città di Nola e al suo vescovo, data la collocazione dell’edicola lungo la strada che prosegue verso quella città, che nella crisi dell’impero romano fu una delle prime sedi dell’autorità vescovile. L’edicola  è collocata sullo spigolo dell’edificio, che si innalza tra via San Felice e via Nola, con ogni probabilità in sostituzione di una croce di legno, che nel Settecento era stata eretta a cura dell’Università di Palma, nel luogo detto San Felice. Dai conti dell’Università di Palma del 1745, infatti, si viene a sapere che gli eletti di Palma erogarono un ducato per un trave servito per la croce di san Felice, un carlino e cinque grana furono pagati a Gioachino della Nunziata e Martino Preziuso per aver posto la croce nel luogo detto S. Felice e fabricatori. A conclusione del lavoro furono erogati tre ducati a Francesco di Manzi. Le spese complessive ammontavano a una cifra ragguardevole, così da far supporre che la croce doveva essere di grande dimensione o particolarmente decorata.  In seguito a successive ricerche deduciamo che la croce  fu innalzata  a spese dell’Università in memoria della sacralità del luogo, dove fino al Seicento erano visibili i resti di un’antica chiesa dedicata al santo. Nella santa visita del 1586, tra i beni immobili della chiesa di san Michele, sotto il titolo, Santo felici grancia, leggiamo: Item una terra pastinata et vitata de vite latine dove se dice a santo felice iusta la via publica da due parte, li beni de francisco di mauro, li beni di Salvator prevete, li beni de la herede del quondam giò:Angelo de Cunzo et altri confini quale se possedeva per quelli de casa coppola fu litigato per me predetto che sta in demanio della ecclesia et in detta terra sta edificata una cappella sotto il vocabulo di santo felici antiquissima. Nella visita precedente del 22 maggio del 1571, non si faceva riferimento alla grancia di san Felice, ma nel corso delle registrazione dei beni immobili, si legge in una nota a margine la seguente dicitura: dicta parrochialis ecclesia habet annexas simplices et rurales ecclesias sitas in loco campestri Ecclesiam Sancti Arcangeli veteris, ecclesiam Sancti felicis, ecclesiam Sancti Leonardi, Ecclesiam Sancti Mielis et ecclesiam Sancti Arcangeli a Stella, fuit promissum quod predictae ecclesiae preter ecclesiam Sancti Arcangeli a Stella profanentur et diruantur erecta in quolibet loco cruce in signum et ita fuit mandatum predicto rectori quod exequatur. Quindi, nella Terra di Palma sussisteva una chiesa antichissima intitolata al Vescovo di Nola, in seguito venerato come santo, che alla fine del Cinquecento era in rovina, tanto che dal 1571 era ingiunto al rettore della chiesa di San Michele Arcangelo di  interdirla al culto, insieme ad altre chiese dirute,  ma di segnare il luogo con una croce, che per questo motivo continuava ad essere eretta nel 1745.  In seguito il territorio divenne proprietà  della chiesa di san Michele Arcangelo,  come è confermato dalle visite successive senza che si nomini più la grancia. Nella santa visita del 1620 è enumerato un pezzo di terra arbustata et vitata de vite greche sita dove se dice a Santo felici appresso la detta chiesa diruta quale confina con la via publica Jaconantonio perrozzino et si possede per detta ecclesia quale sta affittata ad Angelo de Lauri per carlini trenta cinque l’anno come appare per obliganza nelli atti della corte di detta terra di Palma, fittata al misi di febbraio prossimo passato 1620.   È legittimo a questo punto chiedersi a quale periodo risalga la fondazione  della chiesa. Al momento possiamo solo avanzare delle ipotesi, in attesa di ulteriori  indagini d’archivio ed archeologiche.  Di certo la chiesa  non è censita nelle Rationes Decimarum Italiae del 1308-1310 e del 1324, cosicché se ne deduce che la chiesa molto antica o all’epoca era già in rovina, oppure non era tenuta al pagamento delle decime, perché  annessa alla chiesa parrocchiale di San Michele. L’erezione della chiesa lungo la via Popilia per Nola è da collegare all’opera di evangelizzazione del vescovo Felice, che nelle sue peregrinazioni raggiungeva la comunità di ad Teglanum, dove nel I secolo d. C. si sviluppava  un nucleo abitativo romano, che successivamente con il declino dell’impero e l’avanzare degli eserciti barbarici si arroccò sulle colline[1]. E forse proprio nel luogo in cui il vescovo martire incontrava gli abitanti di ad Teglanum, per divulgare il verbo cristiano, dopo il suo martirio e la diffusione della sua santità fu eretta una chiesa. La presenza presso ad Teglanum  di una comunità cristiana è testimoniata dal rinvenimento di lucerne con il simbolo della palmetta nello scavo della necropoli tardo-imperiale in località Jerola, ai piedi della collina di Vico. Inoltre, sono attestati a Palma elementi architettonici di culto altomedievali, come le iconostasi rinvenute in località Pozzoromolo, ora esposte al Museo Archeologico di Nola. E forse rimandano all’Alto Medioevo le chiese che scomparvero  alla fine del ’500, tra queste, accanto alla chiesa dedicata al Vescovo di Nola,  le sante visite riferiscono le chiese di santa Margherita, di santo Miele (sic), di san Leonardo, di san Nicola, che erano ubicate nella zona collinare di Castello, e la chiesa di santa Felicita, in antro constructa,  annessa al Monastero della Santissima Trinità della città di Cava, riportata nelle sante visite del 1586 e del 1606. In particolare, nella visita del 1606, il vescovo Gallo ribadiva la costruzione della cappella di santa Felicita,  in sostituzione di quella più antica costruita in una grotta ormai diruta. La grotta era situata sulla collina alle spalle del palazzo aragonese e forse è da rimandare al periodo  longobardo, dal momento che  il culto di santa Felicita è relativo alla martire nativa di Alife, secondo il martirologio beneventano del IX secolo, martirizzata a Roma al tempo dell’imperatore Antonino Pio.  A tal proposito è interessante riferire anche di un ritrovamento casuale avvenuto negli anni Sessanta, nel cortile del palazzo Cervo-Allocca. Nel cellaro addossato alla collina, sotto un primo strato di intonaco fu rinvenuto un mosaico di modesta fattura che riproduceva al di sotto di una croce, che si ergeva su tre monti (simbolo virginiano), in un riquadro di forma rettangolare a tessere di mosaico l’anagramma cristiano ictùs, con l’omissione della ipsilon. Il termine greco potrebbe richiamare le comunità cristiane dell’età imperiale,  ma riferirsi anche alla presenza dei monaci basiliani. La fattura alquanto mediocre dimostra che l’epigrafe riproduceva forse in modo maldestro un originale mosaico ritrovato sul posto al momento della costruzione dell’edificio; in seguito, perdutasi la memoria del ritrovamento, il mosaico fu occultato sotto un nuovo strato di intonaco.  Tuttavia, il mosaico con l’iscrizione potrebbe essere un ulteriore elemento a conferma che lungo la dorsale della collina nelle cavità naturali si svilupparono a partire dall’Alto Medioevo  luoghi di culto, ancora attivi fino all’inizio del Seicento, come la grotta dietro al palazzo, intitolata a santa Felicita. In seguito, gli eventi tellurici e le alluvioni, che  hanno segnato ciclicamente la nostra terra, un po’ alla volta, ne hanno cancellato le tracce, ma non la memoria, come testimoniano, per l’antica chiesa di san Felice, i beni di san Michele Arcangelo, che per le numerose proprietà  pertinenti all’antica grancia  del santo Vescovo di Nola, ancora nel 1857, riportava la formula nel luogo detto San Felice, e come ribadisce a distanza di  secoli l’edicola con il Santo nell’attuale incrocio detto San Felice[2].

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[1]  A tal proposito  rimando al testo di Paolo Campanelli Introduzione allo studio delle fasi evolutive di una Ecclesia di Cristiani Primitivi nell’Ager Vesuvianus e all’interpretazione, alquanto audace sebbene affascinante, avanzata dallo studioso circa la presenza delle prime comunità cristiane della Campania. Il Campanelli sostiene che la Tabula Peuntigeriana riporti le sedi delle domus ecclesiae del I sec. d. C..  e segnerebbe il percorso compiuto  da Paolo di Tarso nella sua opera di evangelizzazione. Lungo la via Popilia, l’apostolo avrebbe incontrato nella comunità di ad Teglanum il sacerdote Felix di Nola e l’avrebbe consacrato vescovo.
[2]  Si ringrazia la dott.ssa Antonia Solpietro, Direttrice Ufficio Beni Culturali Diocesano, per l’attenzione al testo.